Questo articolo nasce dall’esperienza di una mia amica, avvocata divorzista, che dopo un acquisto fallito in un negozio online ha “divorziato” da un brand. È un caso esemplare di customer journey digitale che distrugge la reputazione del brand, e pone una domanda a cui ogni direttore marketing dovrebbe rispondere: di chi è il risultato quando un cliente non riesce a comprare?
Il caso di studio lo racconto in un episodio del mio podcast. Qui ne prendo le lezioni che valgono per qualsiasi impresa.
Le premesse sono tre.
La tua presenza digitale è una piattaforma strategica per il tuo target.
Errori come la scarsa compatibilità con un browser (per esempio Safari, il browser di Apple) sono fallimenti strategici oltre che problemi tecnici: interrompono il customer journey (il percorso che il cliente compie con l’azienda), regalano clienti ai concorrenti e aprono una crisi di reputazione.
La responsabilità ultima è del Marketing, che deve guidare l’ottimizzazione dell’esperienza utente e della convenience (facilità e assenza di attriti). Il successo richiede una cultura realmente centrata sul cliente, la collaborazione tra Marketing, IT, Vendite e Customer Service e investimenti mirati per servire ogni potenziale cliente e aumentarne il valore nel tempo (il valore totale che un cliente genera in tutta la relazione).
Il brand diventa sempre più una piattaforma digitale
La percezione che il target ha di un brand si costruisce sempre più attraverso le sue interazioni digitali. Ho espresso questa idea nel mio libro Strategie digitali nella Cosmesi e vale per ogni settore, ben oltre la cosmesi. La chiamo brand come piattaforma: il brand coincide con il luogo in cui i clienti lo incontrano.
Questa piattaforma deve saper:
Ascoltare attivamente. Capire e interpretare i bisogni (spesso latenti) e le richieste (esplicite) del proprio pubblico, usando i canali digitali come sensori privilegiati lungo il customer journey.
Elaborare soluzioni pertinenti. Tradurre quella comprensione in informazioni, prodotti o servizi che rispondono a quei bisogni, e così influenzare il processo decisionale del cliente.
Interagire e comunicare. Offrire un’esperienza onlife (la continuità fra vita online e offline) fluida e coerente, che integri sito, negozio online, customer service e newsletter con punti vendita fisici, marketing di prossimità e programmi fedeltà ibridi. Questo definisce un customer journey omnicanale.
Che cos’è il customer journey digitale e quanto costa un’inefficienza
Il customer journey digitale è la sequenza di interazioni online che una persona ha con un brand, dalla prima ricerca all’acquisto, al servizio post-vendita e alla fidelizzazione. Ogni interazione è un touchpoint (un punto di contatto fra cliente e brand) e ogni touchpoint può aprire o chiudere il percorso.
In questo contesto un’inefficienza o un’incompatibilità della piattaforma, come quella del caso di studio, è più di un inconveniente tecnico. È un fallimento strategico che compromette la capacità del brand di ascoltare, elaborare e interagire lungo tutto il percorso.
Ogni potenziale cliente che incontra un attrito insormontabile viene, di fatto, regalato ai concorrenti le cui piattaforme funzionano. L’obiettivo deve essere l’ottimizzazione del customer journey.
L’articolo ne esamina le implicazioni con tre domande a cui ogni organizzazione che opera nell’era digitale deve rispondere:
Chi è responsabile del progetto, del presidio e dell’evoluzione dei canali digitali, considerando il loro impatto sul customer journey?
Perché il neo-consumatore ha bisogno di risposte efficaci a bisogni espressi sempre più attraverso il digitale?
Quali requisiti organizzativi deve avere un’impresa per rispondere a quei bisogni con la propria piattaforma digitale?
Di chi è la strategia del customer journey: del Marketing
La prima domanda riguarda la governance (chi decide e chi risponde del risultato) dei canali digitali. La risposta istintiva indica il reparto IT o Sviluppo. Come spiego nel podcast, la responsabilità primaria sta nel Marketing digitale, o nella funzione strategica che rappresenta. Una strategia di marketing digitale solida ne è la premessa.
Nelle organizzazioni moderne il ruolo del Marketing digitale va oltre l’esecuzione tattica. È diventato una responsabilità strategica per la definizione, la supervisione e l’ottimizzazione dell’intera esperienza del cliente sui canali digitali. Figure come il digital strategist traducono gli obiettivi di business in piani d’azione digitali concreti.
Questa responsabilità comprende:
L’analisi del mercato e la comprensione del target.
La visione dell’esperienza utente desiderata, perché i canali siano efficaci, efficienti e soddisfacenti lungo il customer journey.
Il mandato del progetto e l’allocazione delle risorse, una decisione chiave.
Se aspetti cruciali come la compatibilità con piattaforme diffuse (Apple e Safari) restano fuori dai requisiti o dal budget, la responsabilità strategica ricade sul Marketing.
Definire il mandato: dalla strategia all’esperienza utente (UX/UI)
Il Marketing digitale fornisce il contesto per il progetto dell’esperienza utente (UX, come una persona vive l’interazione) e dell’interfaccia (UI, le schermate e i comandi che usa). Definisce l’identità del brand, la buyer persona (il profilo del cliente tipo), gli obiettivi e il messaggio, e guida le scelte su architettura dell’informazione, impaginazione, navigazione, contenuti ed estetica.
Lo UX designer traduce queste direttive in interfacce accessibili, intuitive e soddisfacenti, e riduce i dubbi dell’utente lungo il customer journey.
La UI si concentra sugli aspetti grafici e interattivi, coerenti con il brand.
L’esperienza digitale deve essere allineata alla promessa complessiva del brand. Una frattura come quella del caso di studio (problemi con Safari per un’utente Apple) danneggia direttamente la percezione del brand e la fiducia.
Marketing e IT: ruoli chiari per un obiettivo comune
L’efficacia richiede una divisione chiara dei compiti:
Marketing e strategia digitale definiscono che cosa e perché: target, customer journey, requisiti funzionali e di UX, KPI (indicatori chiave di prestazione), requisiti di compatibilità, budget.
Il design UX/UI definisce come l’utente interagisce: architettura, wireframe (bozze schematiche di ogni schermata), prototipi, design visivo.
IT e sviluppo eseguono tecnicamente ciò che viene richiesto: costruzione, implementazione, manutenzione, sicurezza, prestazioni, aderenza agli standard.
Chi fa che cosa nel progetto dei canali digitali
Funzione
Che cosa definisce
Ambito
Marketing e strategia digitale
Cosa e perché
Target, customer journey, requisiti funzionali e di UX, KPI, compatibilità, budget
UX/UI Design
Come l’utente interagisce
Architettura, wireframe, prototipi, design visivo
IT e sviluppo
L’esecuzione tecnica richiesta
Costruzione, implementazione, manutenzione, sicurezza, performance, standard
Fonte: Elaborazione di Enrico Giubertoni
Il caso di studio mostra un cortocircuito in questo flusso. La causa (specifiche mancanti, budget insufficiente, comunicazione inefficace) è secondaria rispetto alla responsabilità strategica del risultato finale, che resta in capo al Marketing. La mancanza di budget indica un errore a monte, nella decisione strategica sull’importanza di un’esperienza completa per tutti i segmenti rilevanti.
Rispondere ai bisogni del neo-consumatore digitale
La seconda domanda riguarda il “perché”: perché è essenziale rispondere ai bisogni espressi attraverso i canali digitali? La risposta sta nella natura del consumatore moderno, che usa i canali digitali per acquistare e anche per informarsi, confrontare, esprimere opinioni e cercare soluzioni. Così facendo, il consumatore definisce il proprio customer journey.
La piattaforma digitale del brand diventa perciò un punto di ascolto cruciale. Fra le competenze essenziali di chi decide nel marketing digitale c’è la capacità di anticipare e studiare i bisogni del target, perché i concorrenti lo stanno già facendo: anticipare i bisogni dei clienti è il vantaggio che si misura per primo. Il Marketing digitale ha la responsabilità di aggiornare i canali in base all’evoluzione del target, del mercato e delle criticità segnalate, per esempio, dal customer service.
Il valore dei segmenti specifici: gli utenti Apple e Safari
Capire il target significa anche riconoscere il valore strategico di segmenti specifici. Trattare gli utenti Apple e Safari come una minoranza trascurabile è un grave errore. Secondo StatCounter, agosto 2026, Safari detiene il 15,8% del mercato globale dei browser su tutti i dispositivi, il 25,9% sugli smartphone e il 13,5% in Italia.
Questi utenti hanno spesso profili demografici e psicografici di alto valore:
Reddito superiore e professioni qualificate.
Early adopter (persone che provano una tecnologia prima del mercato di massa).
Consumatori benestanti interessati a qualità, design e innovazione.
Elevata fedeltà all’ecosistema e maggiore propensione alla spesa online.
Ignorare le loro esigenze specifiche, o offrire loro un’esperienza digitale scadente, significa alienare un segmento prezioso e potenzialmente molto redditizio e spingerlo verso concorrenti più attenti. L’analogia con le auto di lusso, che uso nel podcast, mostra come la trascuratezza verso questo segmento danneggi la reputazione e riveli una mancanza di comprensione strategica. Il loro valore nel tempo è potenzialmente altissimo.
La convenience digitale: rispondere con efficacia e comodità
Rispondere ai bisogni digitali significa anche offrire un’esperienza di “convenience”: facilità, velocità, intuitività e assenza di attriti. Questo concetto, centrale per il commercio elettronico, si traduce in elementi pratici:
Navigazione e ricerca semplici.
Un checkout ottimizzato: pochi passaggi, opzione ospite, compilazione automatica affidabile.
Più opzioni di pagamento.
Personalizzazione rilevante e integrazione omnicanale fluida.
Comunicazione chiara.
La mancanza di convenience porta all’abbandono del carrello (il cliente se ne va prima di pagare), genera frustrazione e danneggia la percezione del brand. L’esperienza dell’avvocata nel podcast, frustrata da una compilazione automatica che non funzionava e dall’impossibilità di vedere il proprio ordine, dimostra che la convenience è un’aspettativa fondamentale.
Chiedere a un utente di rinunciare alle comodità del proprio ecosistema (qui la compilazione automatica di Apple) è un grave errore strategico: ignora le sue aspettative primarie e il suo processo decisionale.
Requisiti organizzativi per una risposta efficace
Oltre i silos: una collaborazione sincronizzata fra reparti
La terza domanda riguarda i requisiti organizzativi per costruire e mantenere una piattaforma digitale efficace. Un’esperienza cliente coerente richiede reparti che lavorano insieme; i compartimenti stagni (reparti che operano in isolamento, i cosiddetti silos) producono l’opposto. La collaborazione sinergica fra Marketing, Vendite, IT e Customer Service è indispensabile.
I modelli efficaci comprendono:
Team cross-funzionali, con persone di reparti diversi sullo stesso progetto.
Obiettivi e metriche condivise e centrate sul cliente, come CSAT (customer satisfaction score, il grado di soddisfazione), NPS (Net Promoter Score, la propensione a raccomandare) e valore del cliente nel tempo.
Riunioni mirate con approccio SMART (obiettivi specifici, misurabili, raggiungibili, rilevanti, con una scadenza).
Flussi di feedback strutturati fra i reparti.
Ogni reparto contribuisce con le proprie competenze e lavora per l’obiettivo comune. L’azienda deve parlare con una voce sola, con regole chiare e condivise (gestione delle criticità, rimborsi) per evitare messaggi contraddittori. Nel podcast invoco un’azione “sincronizzata e interdipartimentale”, ciò che chiamo Organizational Synchrony; la sua assenza è evidente nel caso di studio, dove il customer service ha risposto in modo inadeguato.
Dalla teoria alla pratica: costruire una cultura centrata sul cliente
La collaborazione efficace poggia su una cultura aziendale genuinamente centrata sul cliente. Oltre lo slogan, customer centricity significa mettere il cliente sistematicamente al centro di ogni decisione e di ogni processo operativo, per costruire relazioni durature e massimizzare il valore del cliente nel tempo.
Richiede:
Un impegno visibile della leadership, magari con un chief experience officer dedicato (il dirigente che risponde dell’intera esperienza del cliente).
Una struttura organizzativa che faciliti la collaborazione.
Processi ridisegnati dal punto di vista del cliente, con il customer journey mapping (il disegno del percorso passo dopo passo): una customer journey map ben fatta è essenziale.
Metriche centrate sul cliente (CSAT, NPS, churn rate) e sistemi di incentivazione allineati.
Investimenti in tecnologia (CRM, analisi, personalizzazione), in formazione e in decisioni orientate al cliente anche quando sono difficili nel breve termine, come il budget per la compatibilità.
Gestire le criticità: esperienze negative e reputazione
Un’organizzazione efficace sa gestire le inevitabili criticità. Le esperienze digitali negative (errori tecnici, scarsa usabilità, errori di processo come la spedizione del prodotto sbagliato, servizio clienti inadeguato) erodono la fiducia, danneggiano la reputazione e portano alla perdita di clienti (churn, la quota di clienti che se ne va in un periodo).
L’89% dei consumatori si rivolge a un concorrente dopo una brutta esperienza (RightNow e Harris Interactive, Customer Experience Impact Report, 2011, dati su consumatori statunitensi).
La gestione fallimentare del caso nel podcast mostra i rischi di un approccio difensivo, chiuso alle soluzioni. Un approccio guidato dal cliente avrebbe ottenuto risultati diversi.
Compatibilità tecnica: un requisito organizzativo
La compatibilità cross-browser e cross-platform (un sito che funziona allo stesso modo su ogni browser e dispositivo) è una sfida per l’IT, e a una lettura più approfondita è un requisito organizzativo che discende dalla volontà strategica di servire tutto il proprio target. Ignorare browser diffusi come Safari significa mancare a un segmento rilevante di clienti.
Le buone pratiche per la compatibilità richiedono un investimento consapevole di tempo e risorse:
Aderenza agli standard W3C (le regole del web) e validazione del codice.
Progressive enhancement e graceful degradation: la funzione di base opera ovunque e le funzioni più ricche si aggiungono dove il browser le supporta.
Feature detection al posto del browser sniffing: il codice verifica che cosa il browser sa fare, invece di indovinarlo dal nome.
Test completi e continui su browser e dispositivi reali, o su piattaforme cloud.
Responsive design (impaginazioni che si adattano allo schermo) e polyfill (piccoli script che aggiungono una funzione mancante a un browser datato).
Questo investimento va previsto e allocato a livello strategico, da Marketing e direzione, nella consapevolezza che il costo dell’incompatibilità (vendite perse, danno reputazionale, clienti che se ne vanno) è molto più alto del costo della prevenzione. La decisione di “saltare” la compatibilità è una scelta organizzativa miope, che contraddice i principi di una reale centralità del cliente.
Da dove cominciare a guardare il tuo customer journey
Parti dalla prova che l’avvocata ha fatto senza volerlo. Compra qualcosa dal tuo negozio online su un iPhone e su un Mac con Safari, usando la compilazione automatica e il checkout da ospite, e annota ogni punto in cui il percorso si ferma. Poi leggi le ultime segnalazioni del customer service: elencano i touchpoint che si rompono, con le parole dei clienti. Il funnel di vendita (il percorso dal primo contatto all’acquisto) perde colpi proprio lì.
Ogni punto trovato ha bisogno di un responsabile con un nome, un budget e una data. Se riconosci queste lacune nella tua impresa, la consulenza parte dall’analisi del tuo customer journey e dei suoi touchpoint, e individua dove il percorso si spezza.
Come si crea una customer journey map?
Sei passaggi. Definisci l’obiettivo della mappa: che cosa vuoi capire o migliorare. Identifica le buyer persona e le loro motivazioni. Elenca ogni touchpoint, online e offline. Dividi il percorso in fasi: consapevolezza, considerazione, acquisto, post-acquisto, fidelizzazione. Descrivi che cosa il cliente fa, pensa e prova in ogni fase. Poi segna i punti critici (dove l’esperienza è negativa) e le opportunità. La ricerca che sta dietro combina sondaggi, interviste e analisi dei dati, e la mappa richiede Marketing, Vendite, Customer Service e IT intorno allo stesso tavolo.
Chi deve essere il titolare del customer journey digitale in un'azienda?
Il Marketing, o la funzione strategica che rappresenta. L’IT costruisce e mantiene i canali e gli UX designer definiscono come l’utente interagisce, ma il Marketing decide che cosa i canali devono fare e per chi, compresi i requisiti di compatibilità e il budget. Quando un segmento di clienti non riesce a completare un acquisto la causa può essere tecnica; la responsabilità del risultato resta al Marketing.
Perché la compatibilità con Safari conta per un negozio online?
Perché Safari è un browser di massa. Secondo StatCounter (agosto 2026) detiene il 15,8% del mercato globale dei browser su tutti i dispositivi, il 25,9% sugli smartphone e il 13,5% in Italia. Un checkout che si rompe su Safari esclude un segmento spesso benestante e fedele al proprio ecosistema, e lo manda da un concorrente il cui checkout funziona.
Quanto costa a un brand una cattiva esperienza digitale?
Il danno supera la singola vendita. In un’indagine su consumatori statunitensi di RightNow e Harris Interactive (2011), l’89% dei consumatori si è rivolto a un concorrente dopo una brutta esperienza e l’88% si è detto meno propenso a tornare. L’effetto passa anche dalle recensioni: il 95% di chi compra legge recensioni online prima di decidere (Spiegel Research Center, 2017).